La Leggenda del Lago di Sasso - Pizzo Tre Signori


Protagonista della leggenda è un pastore solitario e misantropo, di cui si è perso il nome, e si ricorda solo il soprannome, Ransciga (termine dialettale equivalente a ciò che in terra di Valtellina si chiama roncola o “mèla”, coltellino a lama ricurva che i contadini portavano sempre in tasca perché tornava utile in mille occasioni, per tagliare pane e formaggio come per fare la punta ad un bastone). 

Un pastore poco socievole, dunque, che se ne stava bene solo con le sue capre, nei pascoli delle montagne che circondano il Pizzo dei Tre Signori. 

Gli capitò, così, un giorno, mentre stava a guardare il cielo senza nuvole, così simile a quegli stati d’animo senza pensieri che tanto gli piacevano, di osservare un uccello mai visto. Da esperto conoscitore di quelle montagne qual era, non poté non rimanere stupefatto nel vedere quel volatile nerissimo e gigantesco, che volava là, in alto, presso la cima del pizzo dei Tre Signori, senza neppure muovere le ali. E mentre era intento a domandarsi di qual diavolo di uccello si trattasse, questi, come se si fosse accorto della sua insistita attenzione, fermò per un istante il suo volo, lo puntò e scese in picchiata come se volesse ghermirlo e portarlo via. Il pastore fece appena in tempo a rifugiarsi dietro un grande masso, per poi correre al suo baitello: al prossimo assalto del volatile, non si sarebbe fatto trovare impreparato! Uscì, infatti, armato del suo fucile, perché non era tipo da lasciarsi spaventare troppo facilmente. Se ne stette quindi fermo a tranquillo ad attendere il successivo attacco, che non tardò a venire: quando il misterioso volatile gli fu di nuovo addosso, gli scaricò contro i pallettoni del suo fucile. 

Quel che accadde poi ha dell’incredibile: l’uccello, colpito, emise un urlo che nulla aveva di animalesco e si tramutò in una palla di fuoco, precipitando in basso, nella piana del torrente Troggia. 

Al gran fragore seguì un gran fumo, simile ad una nebbia, di color giallastro, ed una grande puzza, mai sentita. 

Il Ransciga, superato lo stupore, si lasciò vincere dalla curiosità, e scese a vedere. Quel che vide era davvero prodigioso: al posto della piana verdeggiante c’era un’enorme buca, circondata da massi di tutte le dimensioni, ed era proprio da lì che uscivano il fumo e la puzza. Istintivamente, sparò ancora, in direzione del centro della buca, e fu allora che dal cuore della terra udì salire una voce terrificante: “Io torno all’inferno, ma tu resterai per sempre dove ti trovi adesso”. Comprese, allora, di che diavolo di uccello si trattasse (era proprio il diavolo!), ma questo fu il suo ultimo pensiero, perché venne tramutato, subito dopo, in un grande masso. Il tempo, poi, circondò il masso di uno specchio d’acqua, che colmò la buca diabolica, e, da allora, qui tutto sembra pace e silenzio. 


ViiepoMCa© Angelo Corna 2013