La storia del Passo Baciamorti


Passo Baciamorti

Nessuno baciava in vetta al passo le salme portate a sotterrare in Val Taleggio


Durante l'"interdetto" fulminato da Paolo V nel 1605 contro la Repubblica Veneta, San Bartolomeo di Vedeseta, posta nel Ducato e nell'Arcidiocesi di Milano, veniva ad essere, per i fedeli della Valle Stabina , la Chiesa non sconsacrata più vicina ai loro paesi, dominio di San Marco. Colà perciò essi traslavano i propri defunti affinché ricevessero esequie non sacrileghe. 

"Passo Baciamorti", la fantasia corre al conte Dracula e al fosco suo castello balcanico. Raramente, invece, capita di imbatterci in un nome di così macabra risonanza che contraddistingua una località tanto amena quanto il pascolo in cui s'apre il valico tra la Val Taleggio e la Valle Stabina , dominato a sud-est dalle rupi severe, ma non tetre, del massiccio Venturosa-Cancervo e, ad ovest, dall'aprico Regadùro cosparso di baite antiche. Proprietario di questi monti, ricchi di malghe, è il Comune di Taleggio che li affitta a mandriani e pastori. "Nel settembre di ogni anno – scriveva quasi due secoli fa Giovanni Maironi da Ponte – si tiene (a Sottochiesa, n.d.r.) mercato di formaggi ed altri latticini fabbricati l'està sulle montagne che la vallata contornano". 


La Transilvania e il suo raccapricciante principe sono davvero lontani. Resta il lugubre toponimo, sventolato da carte topografiche, cartoline e dèpliant. Che "Basamòrcc" sia la deformazione di un originario "Pas di mòrcc" appare l'ipotesi più plausibile. A meno che non si voglia accreditare la fantasiosa leggenda "turistica" affermante che la denominazione deriva dalla consuetudine (medioevale, va da sé) degli abitanti di Cassiglio, Ornica, Valtorta e Averara di dare, su al passo, il bacio d'addio alle spoglie mortali dei loro congiunti traslate fino in Val Taleggio per essere sepolte nel sagrato della chiesa di San Bartolomeo (sec. XIV) dominante sul colle omonimo la conca dell'Enna. 

Il finale alla Dario Argento è inverosimile (ovviamente): il cadavere, trasportato "en plein air", era spesso rimasto a congelare in soffitta, nell'attesa che la strada del valico si sbloccasse dall'innevamento. Vabbè i secoli bui, ma a tutto c'è un limite. Medioevo, dicono. Ma se ancora nel Sei-Settecento lo spartiacque veniva indicato nella mappe come "Forzella di Raspalupo?". Tuttavia, ciò premesso, non si può non convenire che questi luoghi a transito non occasionale di feretri dovettero per un certo tempo fare da scenario. 

Quando e perché? Chiediamoci: 

a)per quale motivo, in un periodo verosimilmente compreso fra il XVII e l'editto napoleonico (1806) imponente la costruzione dei cimiteri all'uso odierno, quei "gogìs", gente sparagnina e tutt'altro che stravagante, decisero di sobbarcarsi la fatica di quegli inconsueti e costosi funerali sebbene i loro villaggi disponessero anch'essi di chiese con annesso camposanto? 

b) come mai i medesimi sudditi fedeli della Repubblica di San Marco preferirono ad altre chiese il santuario di San Bartolomeo, percorso che, per appartenere a Vedeseta, l'unica "terra" valteleggina rimasta al Ducato di Milano dopo la pace di Lodi (1454) li obbligava, oltretutto a rischiosi sconfinamenti, capaci d'allarmare i governanti lagunari costantemente sospettosi dello stato e dell'arcidiocesi ambrosiani?

Evidentemente occorre pensare che una scelta del genere avesse a che fare con "interessi" che trascendessero quelli puramente economici. Naturale, perciò, collegarla alla proverbiale religiosità di quei montanari. Domanda, l'ultima: quale fu allora l'evento alla base di quel singolare comportamento? Cronologia universale alla mano, rispondiamo: l' "Interdetto": quello lanciato dal papa, Paolo V, nel 1605, contro Venezia, che, gelosissima delle proprie prerogative, aveva subordinato al suo "placet" la fondazione di chiese e monasteri nei suoi domini e aveva richiamato pure a sé il diritto di giudicare gli ecclesiastici colpevoli di reati comuni. Esula dal nostro assunto dissertare sulla controversia giurisdizionale che ne seguì. Ci sembra, invece, opportuno rammentare che quella pena comportava l'esclusione sia di singole persone che di intere popolazioni dall'uso dei sacramenti e dalla celebrazione delle cerimonie di culto. Superfluo chiarire, nel caso nostro, che questi effetti si estendevano a Bergamo. I rettori della quale, uniformandosi alle direttive della Serenissima, ingiunsero al clero, segnatamente a quello delle parrocchie poste sotto la giurisdizione dell'arcivescovo milanese (e tali erano quelle in territorio veneto della Val Taleggio e delle Valli Stabina e d'Averara) di non obbedire all'interdetto. Ciò non mancò di suscitare malcontento e turbolenze. 

"Disordini - narra Bortolo Belotti – vi erano in Val Taleggio, dove il curato di Vedeseta (soggetta a Milano), per ordine dell'arcivescovo (il cardinal Federigo Borromeo, n.d.r.) aveva pubblicato un editto di scomunica contro alcuni i quali avevan fatto la guardia al curato della giurisdizione della Repubblica e l'avevano denunciato (per essersi attenuto agli ordini del Papa, evidentemente, n.d.r.). 

Molti lassù seguivano l'arcivescovo e non si trovavano predicatori che andassero nei luoghi di giurisdizione civile della Repubblica, ma religiosa del ducato di Milano". Cattolici scrupolosi e contrabbandieri incalliti, quelli di Valtorta e degli altri paesi del ramo occidentale del Grembo allo stesso parroco di Vedeseta affidavano i loro morti affinché da lui avessero esequie non sacrileghe e sepoltura in terra consacrata: nel sagrato, appunto di San Bartolomeo, il tempio non colpito dall'"Interdetto" più vicino alle loro contrade. Questa è la parte attendibile della leggenda del valico. Attraverso il quale, anche dopo la revoca della pena canonica (1607), il "passaggio" di defunti per San Bartolomeo – quelli delle famiglie del nobilato, in segno di distinzione, durò, a quanto consta, ancora per decenni. Senza baci. 


dall'Annuario C.A.I. alta Val Brembana di Bernardino Luiselli

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