Leggende della Presolana

PRESOLANA

Numerose sono le versioni che vorrebbero fornire il nome di questa montagna, e molte hanno uno sfondo leggendario. La più suggestiva deriverebbe dall’espressione latina “Presa-Alana”, con riferimento ad una battaglia che vide la sconfitta del popolo degli Alani ad opera dei Romani (o in un’altra versione per mano di Carlo Magno) proprio in quella zona. Si dice che fu un’immensa carneficina, tanto che alla valle in cui accaddero questi scontri, prima chiamata Valle Decia, venne cambiato nome in Calve (ora Valle di Scalve) a causa “della calvarie d’ossa spolpate avanzate al grande macello”. Sempre secondo la leggenda si dice che, nelle notti di tempesta, gli spiriti degli Alani vaghino ancora tra le rocce di questa montagna. Altre leggende vedono coinvolti folletti, spiriti e splendide fanciulle, ma la versione più credibile resta quella più recente, secondo la quale il nome Presolana deriverebbe dal dialetto praizzöla (in italiano “praticciolo”) per via dei piccoli prati presenti sulle proprie pendici.


LE QUATTRO MATTE

Tanto tempo fa a Colere abitavano quattro sorelle: Erica, Gardenia, Genzianella e Rosina. Le quattro graziose fanciulle, erano solite andare nei boschi a raccogliere legna. La loro simpatica allegria si manifestava anche con canti melodiosi, e così il tempo trascorso al lavoro nei boschi scorreva più gioiosamente. I folletti, da sempre abitanti nella montagna, subirono dapprima il fascino del soave canto delle ragazze, nascosti tra le rocce a spiare, furono poi conquistati anche dal gradevole aspetto delle belle fanciulle. Timidamente si fecero avanti e le quattro sorelle non si spaventarono; divisero anzi con i folletti il pasto che si erano portate da casa, trascorrendo con loro in allegria tutto il resto della giornata. Conquistati dal fascino femminile delle loro nuove amiche, verso sera a malincuore i folletti videro le giovani riprendere la via di casa; si fecero però promettere di ritornare per il sabato successivo. Ma i folletti trepidanti aspettarono invano, le quattro ragazze preferirono la compagnia dei ragazzi del paese, e vennero meno alla promessa fatta; non solo mancarono all'appuntamento, ma risero e si burlarono dei folletti, prendendosi gioco di loro. Questi ultimi, dapprima delusi, divennero poi furibondi per essere stati presi in giro e meditarono la loro vendetta. Quando le ragazze dopo un po' di tempo ritornarono a raccogliere legna nella zona dell'incontro, i folletti, pieni di odio e di rabbia, uscirono dalle loro caverne e, dopo aver circondato le ragazze, intonarono canti terribili e minacciosi, accompagnandosi con strumenti musicali dai quali uscivano suoni assordanti. Le fanciulle, pazze di terrore e di paura, rimasero paralizzate, e proprio lì furono pietrificate dai folletti che così le poterono avere per sempre vicino a loro. Ancora oggi i quattro torrioni di roccia che si protendono verso il cielo, rappresentano un monito per tutti: mai burlarsi della natura, e mai sfidare la montagna, i suoi equilibri e le sue regole.


 IL SALTO DEGLI SPOSI

Era l'anno 1871, la Conca della Presolana non conosceva ancora il turismo ma la bellezza di questo paesaggio alpestre era già nota anche all’estero. Infatti, negli anni precedenti all'unità di Italia, durante il dominio Austriaco diverse guarnigioni militari dell'Impero Asburgico soggiornanti nella zona, avevano avuto modo di apprezzare le bellezze di questi luoghi ancora incontaminati. Alcuni di loro si erano addirittura accasati nelle nostre valli e tra questi vi erano degli oriundi polacchi che avevano acquistato un terreno a Dorga anche oggi ricordato con il nome di "Pulunï". Nella corrispondenza che inviavano periodicamente ai loro familiari rimasti in terra polacca non mancavano gli encomi alle nostre montagne e tanto dissero che i pionieri del turismo vennero proprio d’oltralpe. Uno di questi, tale Massimiliano Prihoda, polacco, di professione musicista in Italia nella primavera del 1871 per un concerto della Scala, non volle perdere l'occasione per fare una visita ai suoi vecchi parenti di Dorga. Questi avevano da poco acquistato un grande possedimento terriero al Passo della Presolana: il "Maren" luogo caratterizzato da dolci praterie orlate da boschi soprastanti una corona di dirupi. Ospite dei suoi parenti, Massimiliano passava  qui ore ed ore a scrivere spartiti immerso nel silenzio e nella contemplazione delle montagne. Il suo luogo preferito era un pronunciato dirupo dal quale, come una balconata, poteva ammirare una vasta catena di montagne che vanno dalla Valle di Scalve alla Valle Camonica.La zona del Passo piacque talmente a Massimiliano che pensò di tornarvi con la giovane moglie, Anna Stareat, con la segreta speranza di stabilirsi qui definitivamente. Ritornato in Polonia, sistemò i suoi affari e sul finire dell'estate insieme alla moglie era di nuovo in Italia e più precisamente nei pressi del Passo in località Donico, dove prese alloggio in una vecchia ma distinta casa di signori della zona.Meta quotidiana delle passeggiate della giovane coppia erano i prati del "Maren" e particolarmente il dirupo preferito che data la frequentazione e la spettacolarità del panorama venne subito chiamato "Belvedere”. Da questo incomparabile osservatorio la moglie, affermata pittrice, traeva ispirazioni per i suoi quadri mentre il marito musicava libretti di opere. La gente del posto li prese a benvolere e vedendoli sempre felici come sposi novelli li soprannominò semplicemente gli sposi.Il loro amore e la loro bontà diventarono presto proverbiali fra i contadini e gli alpeggiatori della zona, ma un giorno capitò l'irreparabile.Secondo le testimonianze raccolte in zona, verso fine settembre dopo un violento temporale, entrambi vestiti a festa, si recarono sul dirupo, in un panorama di singolare bellezza addolcito da un tenue arcobaleno; Anna dipinse il ritratto dello sposo con lo sfondo del Pizzo Camino, mentre Massimiliano completò una breve composizione dedicata alla moglie. Probabilmente verso sera quando ancora la luna stava sorgendo, raggiunto l'orlo dello strapiombo, per qualche inspiegabile motivo i due sposi si gettarono nel vuoto, abbracciati, poiché tali furono pietosamente recuperati il giorno dopo alla base del dirupo da tale Dovina Bortolo, guardia boschiva di Angolo. Questo fatto, tutt'ora avvolto nel mistero nonostante le molteplici indagini effettuate, ma con ogni probabilità dettato dalla volontà di conservare per sempre intatto l'intenso ed appassionato sentimento che li univa, impressionò profondamente tutti. Le spoglie mortali dei due sposi vennero tumulate nel piccolo cimitero della sponda dove fino ai recenti restauri si poteva ancora osservare la lapide la cui epigrafe, ormai stinta, celebrava il loro eterno amore. Il nome del dirupo da quel momento, in loro ricordo, venne chiamato il "Salto degli Sposi" e divenne meta continua di innamorati ma anche di estimatori dei due artisti le cui opere sono sempre state oggetto di appassionate ricerche. Ricerche coronate da successo poiché pare che il quadro sia stato casualmente riscoperto a Bombay (India) al Prince of Wales Museum of Western India, con immaginabile commozione da un noto mercante d'arte bergamasco che aveva trascorso un periodo di vacanza al Passo della Presolana, dove aveva appreso della pittrice e della tragedia del Salto degli Sposi. Anche lo spartito dovrebbe essere stato recentemente riscoperto nella biblioteca del Conservatorio Gaetano Donizetti di Bergamo.


L’ORSO CATTIVO ED I PASTORI DELLA PRESOLANA

Gli ultimi orsi scomparvero dalle valli bergamasche sul finire dell’Ottocento, Cacciatori e montanari ne avevano abbattuti, nel corso dei decenni precedenti, un gran numero. Si tratta in parte di superstizione, di antiche credenze che attribuivano a questi animali, alle loro carni, alla loro pelliccia, poteri straordinari e qualità incredibili. Per il resto gli orsi venivano catturati perché  considerati ferocissimi, sterminatori di greggi e nemici dell’uomo. Ad alimentare questa immagine crudele e l’inutile persecuzione dei plantigradi contribuivano diverse leggende. Nelle lunghe notti invernali della valle Seriana, della Val di Scalve e della valle Camonica, si raccontava, ad esempio, delle “bacche rosse di Castelorsetto”. Una vicenda ambientata sulle pendici della Presolana, dove, si narra, avesse trovato rifugio un terribile orso bruno, scampato ad una battuta di caccia, assetato di sangue e in vena di scorribande tra le greggi della zona. “Gli alpigiani - scrive Giorgio Gaioni in Leggende di Val Camonica e Val di Scalve - ne erano atterriti e non osavano affrontarlo in campo aperto, limitandosi a tendergli trappole e lacci che il fiuto diabolico della belva riusciva sempre a scansare”. Solo un giovane più coraggioso degli altri, si decise a tenergli un agguato. Armato di scure si arrampicò tra gli altissimi campanili del Monte Scanapà e del Col di Lantana. L’orso ebbe ancora una volta la meglio: il cacciatore non fece mai ritorno e di lui non si seppe più nulla. Gli amici sconcertati si riunirono nella baita di Val Fada, ma lo sconforto era tale che non avevano alcuna idea sul da farsi. All’improvviso un scoiattolo, dal pelo straordinariamente bianco e lungo, fece irruzione nella stanza in cui si trovavano i pastori e, tra lo stupore generale, cominciò a parlare: “Amici - disse lo scoiattolo - io sono l’anima di colui che non fece più ritorno.Ebbene sappiate che c’è una sola maniera per far morire l’orso. Ascoltatemi bene! Preparate una ciotola di legno piena di latte di capra rossa, misto a radici di genziana secca e sangue di falco ucciso prima dello spuntare del sole; lasciatela ai piedi della rupe dell’orso in una notte di luna morta, quando tutti i campanili delle valli abbiano suonato l’Ave Maria. Guai a voi se vi sbaglierete in qualche modo o se farete ciò prima del tempo ! Guai a voi ! Guai a voi !” I pastori rispettarono tutto alla lettera. Uccisero il falco, raccolsero le radici e dopo giorni e giorni di ricerche scovarono anche la capra dal pelo rosso, da cui ottennero il prezioso latte. Una volta preparato lo strano miscuglio, Martì, uno degli amici del giovane scomparso, si diresse verso la rupe dell’orso attraversando il bosco dell’Abetona.Un viaggio terrificante: tutto sembrava trasformato ed il timore di vedersi comparire dinanzi l’orso da un momento all’altro ghiacciava il sangue nelle vene. Ciononostante il pastore depositò la tazza come stabilito. “Il giorno seguente - scrive ancora Gaioni - I pastori si recarono ai piedi della rupe, credendo di trovarvi l’orso morto. Ma non ne videro neppure la traccia. Solo che nel punto preciso dove era stata deposta la ciotola di legno era spuntato uno strano cespuglio di bacche rosse: il sorbo selvatico. L’orso non fu più rivisto nemmeno nella vicina valle di Scalve, ne nella valle Seriana, ma la rupe che per tanto tempo era stata il suo regno odiato e temuto, si erge ancora a sinistra della strada della Cantoniera, poco sopra la Casera, porta in Vareno ed è ancora indicata col nome di Castel Orsetto, cioè “Castello dell’orso”. Attorno ai suoi fianchi crescono in grande copia i sorbi e poco lontano sorge una baita dal tetto rosso: la baita di Castelorsetto.


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